Il famoso psicologo clinico Jordan B. Peterson ha influenzato la moderna comprensione della personalità, diventando popolare grazie alle sue conferenze su argomenti che spaziano dalla Bibbia alle relazioni affettive, alla mitologia, che attirano decine di milioni di spettatori.
Il suo messaggio forte e chiaro sul valore della responsabilità individuale e dell’antica saggezza ha fatto vibrare il mondo intero.
Attingendo a vividi esempi tratti dalla pratica clinica e dalla sua vita privata, oltre che agli insegnamenti dei miti e delle storie più antiche dell’umanità, 12 regole per la vita offre un antidoto al caos dell’esistenza: verità eterne applicate a problemi attuali.
In questo sequel, Peterson fa un ulteriore passo avanti: scopriamo parte del senso della vita quando ci spingiamo al di là di ciò che conosciamo, quando ci adattiamo a un mondo in perenne trasformazione. L’eccesso di caos rischia di farci piombare nell’incertezza, ma l’eccesso di ordine ci priva della curiosità e di una vitalità creativa.
Oltre l’ordine ci sollecita a trovare un equilibrio fra i due principi fondamentali della realtà, ordine e caos, perché è nel confine che li separa che si rivela il significato profondo.
Grazie alle verità duramente conquistate della sapienza tradizionale, così come alle lezioni molto personali apprese dalla vita e dalla pratica clinica, Peterson fornisce dodici nuovi principi per guidarci verso una vita più coraggiosa, sincera e costruttiva.
«Se il mondo si rivela a noi sotto forma di storia, qual è questa storia? Come possiamo descrivere adeguatamente i nostri scopi, le tentazioni più profonde, gli aneliti più nobili? Cosa è rilevante, e cosa possiamo e dobbiamo ignorare? A cosa dovremmo dedicare la nostra preziosa attenzione? Qual è l’idonea gerarchia di valori attraverso la quale il mondo offre la rivelazione più produttiva, più generosa e più condivisibile di se stesso? Qual è, in altre parole, la storia, la vera storia, della nostra vita? Qual è, e quale dovrebbe essere?»
I libri di Jordan B. Peterson hanno venduto milioni di copie in tutto il mondo. Prima di diventare uno degli intellettuali più influenti del nostro tempo, l’autore ha insegnato per decenni a Harvard e all’Università di Toronto, lavorando anche come scienziato e psicologo clinico.
Ha pubblicato oltre cento articoli scientifici su una vasta gamma di argomenti che spaziano dalla personalità al comportamento criminale, dalle convinzioni politiche e religiose alla neuroscienza della percezione, della motivazione e dell’emozione.
Vive a Toronto con la moglie Tammy. Ha due figli e quattro nipoti.
Quando si viveva perlopiù in piccole comunità rurali, eccellere in un ambito era più facile. C’era chi veniva eletta la più bella della classe, chi vinceva la gara di grammatica, chi era un genio della matematica e chi un atleta imbattibile. C’erano solo uno o due meccanici e un paio d’insegnanti. Nei loro rispettivi campi quegli eroi locali nutrivano la fiducia in se stessi generata dal rilascio di serotonina tipico dei vincitori. Forse è proprio per questo che, statisticamente parlando, delle persone che si distinguono provengono da piccoli centri urbani. Se vivi in una città di milioni di persone, come la maggior parte di noi ormai, sarai circondato da almeno una ventina d’individui con le tue stesse capacità. Come se non bastasse, oggi siamo virtualmente connessi con altri sette miliardi di terrestri e gli standard qualitativi sono vertiginosamente elevati.
Per quanto tu sia bravo, e indipendentemente da come valuti i tuoi risultati, ci sarà sempre qualcuno che ti farà sembrare incompetente. Anche se te la cavi come chitarrista, non sarai mai Jimi Hendrix e quasi sicuramente non farai furore nel pub di quartiere. Sarai anche un bravo cuoco, ma i grandi chef non mancano. I piatti di pesce di tua mamma, per quanto rinomati nel suo villaggio d’origine, si perdono fra le mille acrobazie culinarie odierne. Ci saranno sicuramente un boss che ha uno yacht più pacchiano del tuo e un amministratore delegato maniacale che ha un orologio a carica automatica più complicato del tuo, racchiuso in una preziosissima struttura in legno pregiato e acciaio. Perfino l’attrice hollywoodiana più mozzafiato a un certo punto invecchia e diventa la regina cattiva e paranoica, a caccia della nuova Biancaneve. E tu? Il tuo lavoro è noioso e inutile, la tua casa è tenuta da cani, hai gusti pessimi, sei più grasso dei tuoi amici e nessuno partecipa alle tue feste? Che importa se sei il primo ministro del Canada, quando qualcun altro è il presidente degli Stati Uniti?
Dentro di noi albergano una voce e uno spirito critici che sanno tutte queste cose e sono intenzionati a farsi sentire. Condannano i nostri modesti sforzi e sono molto difficili da zittire. Ma la cosa peggiore è che i critici di questo tipo sono necessari. Non mancano certo artisti privi di gusto, cantanti stonati, cuochi che avvelenano i clienti, dirigenti affetti da “disturbo ossessivo burocratico”, romanzieri mediocri e professori noiosi e tronfi di ideologia: cose e persone hanno qualità molto diverse. La musica brutta è inascoltabile ovunque, i palazzi mal costruiti durante i terremoti si sbriciolano dappertutto e le auto poco sicure provocano più vittime in caso d’incidente. Il fallimento è il prezzo che paghiamo se non rispettiamo gli standard qualitativi, che sono più che mai necessari visto che la mediocrità ha conseguenze gravi e reali.
Non siamo e non saremo mai tutti uguali quanto ad abilità e risultati. Un numero ridottissimo di persone produce moltissimo. I vincitori non si appropriano di tutto, ma quasi, ed essere fra gli ultimi non è bello. Gli individui ai gradini più bassi sono infelici, si ammalano, restano ignoti e non apprezzati. Sprecano la propria vita così fino alla morte. Di conseguenza la voce mentale di autodenigrazione ha un effetto devastante. La vita è un gioco a somma zero, in cui il guadagno o la perdita di un giocatore è totalmente controbilanciato dalla perdita o dal guadagno di un altro. L’inutilità è la norma. Che cosa, se non una cecità deliberata, può proteggere da critiche così feroci? Ecco perché un’intera generazione di psicologi sociali ha parlato di “illusioni positive” come unica strada percorribile per restare sani di mente. Il loro credo? Difenditi con la menzogna. Difficile immaginare una filosofia più squallida, meschina e pessimistica: le cose sono così terribili che solo l’illusione può salvarti.
Ma ecco un approccio alternativo che non richiede illusioni. Se le carte ti sono sempre sfavorevoli, forse il gioco a cui stai giocando è truccato, magari da te stesso e a tua insaputa. Se la tua voce interiore ti fa dubitare del valore dei tuoi sforzi o della tua vita – o della vita stessa – forse dovresti smettere di ascoltarla. Può essere affidabile una vocina critica che denigra tutti, anche chi si realizza? Forse i suoi commenti sono ciance, non la verità. “Ci sarà sempre qualcuno che è meglio di te” è una frase fatta del nichilismo, come anche: “Tra un milione di anni, chi vedrà la differenza?”. La risposta adeguata non è: “Allora è tutto privo di significato”, bensì: “Qualsiasi idiota può stabilire un lasso di tempo entro il quale non conta nulla.” Persuadersi che è tutto irrilevante non è una critica profonda all’Essere, ma un brutto scherzo della mente razionale.
Non è strano che la gente voglia la felicità. Molte volte ho desiderato il ritorno della felicità, ho sperato di averla nel presente, e di certo non sono l’unico. Non sono tuttavia convinto che la si debba inseguire, altrimenti s’incorre nella reiterazione: la felicità è uno stato del presente. Una persona che si trova in situazioni in cui prova molte emozioni positive si concentra sul presente e agisce d’impulso. È come dire “batti il ferro finché è caldo”, cogli l’opportunità finché le cose vanno bene e agisci subito. Ma l’istante non è tutto e purtroppo bisogna tener conto di ogni cosa, almeno nei limiti del possibile. Di conseguenza è improbabile che ciò che ti migliora la vita nel tempo sia la felicità, sebbene non neghi che sia auspicabile. Se la felicità arriva, accoglila con gratitudine e a braccia aperte (attento, però, perché rende avventati).
Quale potrebbe essere un’alternativa più complessa alla felicità? Immagina che sia vivere secondo il senso di responsabilità, perché in questo modo si sistemerebbero le cose per il futuro. Immagina anche che sia agire in maniera affidabile, onesta, nobile e proiettati verso un bene superiore, per manifestare adeguatamente il senso di responsabilità. Il bene superiore sarebbe la simultanea ottimizzazione della tua funzione e delle funzioni di coloro che ti circondano nel corso del tempo, come abbiamo visto prima. È questo il bene supremo. Immagina di rendere consapevole questo scopo, di articolarlo come un obiettivo chiaro. Sorge allora una domanda: “Qual è la conseguenza a livello psicologico?”.
Innanzitutto tieni presente che molte delle emozioni positive non derivano dal raggiungere qualcosa. C’è il semplice piacere (più precisamente, la soddisfazione) che deriva dal mangiare bene quando si ha fame e c’è la soddisfazione più complessa ma simile legata al compiere qualcosa di difficile e utile. Immagina, per esempio, di concludere gli studi superiori. Festeggi la maturità, ma il giorno dopo la festa è finita e devi subito affrontare una nuova serie di problemi (come quando hai di nuovo fame alcune ore dopo aver mangiato a sazietà). Non sei più la star del liceo, bensì l’ultimo arrivato nella forza lavoro o una matricola all’università. Sei nella posizione di Sisifo: ti sei sforzato e hai lottato per spingere il masso in cima alla montagna e ora ti ritrovi ai piedi della montagna.
La conseguenza dell’aver raggiunto un obiettivo produce una trasformazione pressoché istantanea. Come il piacere impulsivo, il successo genera un’emozione positiva, ma come il piacere è anch’esso inaffidabile. Emerge allora un’altra domanda: “Qual è una fonte veramente affidabile di emozioni positive?”. La risposta è che le persone provano emozioni positive quando perseguono uno scopo valido. Immagina di avere un obiettivo: miri a qualcosa, elabori una strategia per raggiungerlo, la metti in atto e vedi che funziona. È questo che produce l’emozione positiva più affidabile.5 Immagina che, nel tempo, i comportamenti e le azioni più efficaci (in una competizione che si potrebbe definire darwiniana) alla fine prevalgano su tutti gli altri.6 Immagina che sia vero sul piano psicologico e insieme su quello sociale. Immagina che accada nella tua vita, ma anche attraverso i secoli, perché tutti interagiscono, parlano e innalzano una particolare modalità dell’essere a status primario.
Questo ha un’implicazione cruciale: non esiste felicità in assenza di responsabilità. Senza uno scopo valido e importante non esistono emozioni positive. A questo punto potresti chiederti che cosa costituisca esattamente un obiettivo valido. Immagina di puntare a qualcosa di piacevole ma banale e sul breve termine. La parte saggia di te lo confronterà con il possibile obiettivo di agire nell’interesse della comunità dei tuoi Io futuri e delle persone che ti circondano. Forse non ti consenti di renderti conto di questa saggezza, non vuoi assumerti responsabilità, non al posto di un’attenzione immediata e impulsiva sul piacere. T’inganni, in particolare ai livelli più profondi del tuo essere, se credi che rifiutandoti sarai felice. Le parti più antiche e sagge di te, seriamente preoccupate per la tua sopravvivenza, non sono facili da ingannare né si fanno mettere da parte. Ma tu miri ugualmente a un obiettivo banale e per raggiungerlo elabori una strategia piuttosto superficiale, solo per scoprire che non ti soddisfa perché non t’importa abbastanza, non t’interessa, non a un livello profondo. Inoltre, il fatto di non perseguire lo scopo che dovresti perseguire ti fa sentire in colpa, in imbarazzo e sminuito allo stesso tempo.
Non è una strategia utile, non funziona. Non ho mai conosciuto qualcuno che fosse soddisfatto nonostante sapesse di non stare facendo ciò che avrebbe dovuto. Siamo esseri temporaneamente consapevoli, sappiamo di giocare continuamente e ineluttabilmente a un gioco che si ripete e al quale non è facile sottrarci. Non importa quanto vogliamo sottovalutare il futuro, fa parte del prezzo che abbiamo pagato per essere pienamente consapevoli e capaci di concepire noi stessi nell’intero arco della nostra vita. Siamo intrappolati lì: non c’è modo di sfuggire al futuro, e quando si è prigionieri di qualcosa a cui non si può sfuggire l’atteggiamento giusto è girarsi volontariamente e affrontarlo. E funziona. Così, invece di un obiettivo impulsivo e a breve termine ne stabilisci un altro molto più grande, quello di agire in maniera adeguata sul lungo termine per tutti.
All’inizio del grande libro della Genesi, Dio viene presentato come uno spirito animato – creativo, mobile e attivo – qualcosa che fa e che è. Dio è, insomma, un personaggio la cui personalità si rivela a mano a mano che il racconto biblico procede.
La Genesi si apre con uno scontro. Dio “aleggiava” sulle “acque”. Che cosa significa “aleggiare”? Nella sua accezione comune di “agitare le ali, volando con leggerezza”, indica che Dio è mobile, ovviamente. Nel suo senso figurato, questo verbo vuol dire anche “spirare, alitare” oppure “manifestarsi appena”, come quando qualcosa ci viene incontro in modo vago e diffuso. Dio è ciò di cui percepiamo la presenza quando nuove possibilità emergono e prendono forma, quando ascoltiamo il respiro del mondo. Qual è allora il significato delle “acque”, in particolare di quelle che Dio non ha ancora creato? Si tratta dell’antico ebraico tehom o tohu va bohu: il caos, il potenziale, ciò che è nascosto e non è ancora stato rivelato; come l’acqua, che è la condizione della vita, ma che nelle sue profondità cela anche l’ignoto. Dio è dunque lo spirito che sta di fronte al caos, che affronta il vuoto, l’abisso, che plasma volontariamente ciò che non è ancora stato realizzato, navigando sull’orizzonte in continua trasformazione del futuro. Dio è lo spirito che genera gli opposti (luce/oscurità, terra/acqua), così come le possibilità che emergono dallo spazio tra loro:
Dio disse: “Sia un firmamento in mezzo alle acque per separare le acque dalle acque.” Dio fece il firmamento e separò le acque che sono sotto il firmamento dalle acque che sono sopra il firmamento. E così avvenne. Dio chiamò il firmamento cielo. E fu sera e fu mattina: secondo giorno.
Dio disse: “Le acque che sono sotto il cielo si raccolgano in un unico luogo e appaia l’asciutto.” E così avvenne. Dio chiamò l’asciutto terra, mentre chiamò la massa delle acque mare. Dio vide che era cosa buona.
(Genesi 1:6-10)
Dio disse: “Ci siano fonti di luce nel firmamento del cielo, per separare il giorno dalla notte; siano segni per le feste, per i giorni e per gli anni e siano fonti di luce nel firmamento del cielo per illuminare la terra.” E così avvenne.
(Genesi 1:14-15)
Come possiamo comprendere, in termini umani, questo primo incontro con Dio? Che cos’è Dio e che cosa affronta? Immagina per un momento cosa hai davanti quando ti svegli al mattino. La tua attenzione non si sofferma sugli oggetti che ti circondano, sulla banale realtà dei mobili della camera; piuttosto, rimugini sulle difficoltà e sulle opportunità della giornata. Forse ti prende l’ansia, perché hai troppe cose di cui occuparti. Forse (si spera) sei in una situazione migliore e guardi alle opportunità che si presenteranno. La tua coscienza, il tuo essere, si libra sopra il potenziale offerto da questo nuovo inizio in un modo che ricorda da vicino le condizioni e il processo della creazione, come illustrano i primi versetti della Bibbia: una creazione che continua a ogni sguardo che lanci e a ogni parola che pronunci. Attraverso la coscienza esploriamo la sfera del possibile essere, del divenire. È questa la dimensione che ispira sia la speranza, nell’apprensione delle cose positive che ci attendono, sia l’ansia, di fronte alla terribile incertezza della vita.
Dati Societari • Privacy • Tutti i diritti riservati • Copyright © 2026 My Life srl